La festa nel sacco // mostra ACAF al Teatro Machiavelli @ Fondazione Lamberto Puggelli, Catania [dal 2 su 16 febbraio]

La festa nel sacco // mostra ACAF al Teatro Machiavelli


52
2 - 16
febbraio
18:30 - 20:00

 Pagina di evento
Fondazione Lamberto Puggelli
Teatro Machiavelli, Palazzo Sangiuliano di Piazza Università, Catania
La Fondazione Lamberto Puggelli
l’Associazione Ingresso Libero
il DISUM dell’Università degli Studi di Catania

in occasione delle Festività Agatine 2018
ospitano la mostra:

“La Festa nel Sacco”
32 immagini, in bianconero di grande formato, sulla ricerca dei momenti caratterizzanti la Festa

a cura dell’associazione catanese ACAF.

Teatro Machiavelli – Spazio Arte, dal 2 al 16 febbraio 2018
Orari di apertura:
dal 3 al 5 febbraio h 10.00/13.00 – 17.00/22.00
dal 6 al 16 febbraio h 16.00/20.00

Inaugurazione: venerdì 2 febbraio h 18.00

Ingresso: €1, sarà devoluto interamente al Comitato Provinciale Unicef di Catania

INFO E PRENOTAZIONI VISITE
328 9689007
[email protected]

CONTATTI ACAF
Salvo Canuti (presidente) [email protected]

L’Associazione Catanese Amatori Fotografia, è stata fondata nel 1986 ed ha costantemente operato per la diffusione e la “conoscenza” della cultura dell’immagine.

“ La Festa nel Sacco ”
L'annuale «incontro» con sant.Agata è un appuntamento irrinunciabile per i catanesi, a maggior ragione se fotoamatori.
Amiamo vivere «da dentro» l'evento, per immortalare momenti di fede e devozione, tradizioni e folclore, provando a «catturare» le emozioni e sensazioni di migliaia di partecipanti alla Festa.
In effetti sono centinaia di migliaia le presenze partecipanti ad un evento religioso tra i più «affollati» al mondo. Tre giorni ricchi di iniziative che coinvolgono una intera collettività ed appassionano gli «ospiti» intervenuti.
Spettacolari fuochi d'artificio, la colorata e sonora presenza delle pesantissime candelore, la sfilata delle carrozze storiche recanti il Senato cittadino ,per l'offerta della cera alla Santa, unitamente alle rappresentanze delle maestranze, di associazioni, corporazioni ,forze armate, sono il preludio ad un fiume di «Sacchi bianchi „che, trainando il cordone, consentono alla vara di percorrere le vie del centro storico.
Un fiume che sarà preceduto, la sera del 5, da una scia di fuoco sgorgante dai pesanti ceri votivi e penitenziali offerti “ alla Santuzza ».
Ad essi, ai devoti, è dedicata principalmente questa mostra collettiva di 32 autori, omaggio ai catanesi che vivono un rapporto speciale con la loro Patrona, al grido di «Tutti devoti Tutti!

Salvo Canuti
(Presidente ACAF )

La festa nel „Sacco“
Presentazione di Pippo Pappalardo

Iolanda aveva da poco sposato Nino, un valente ebanista, ed era andata ad abitare nella sua vecchia casa da scapolo. Era una donna previdente e sapeva che da lì a qualche mese sarebbe rimasta incinta e, quando ne ebbe certezza, cominciò a prepararsi.
Frugando negli armadi del marito trovò una strana vestaglia di cui non seppe capire la
provenienza e l'uso. Era bianca, di buon tessuto e, risolutamente, ne fece panni e bende da utilizzare per i giorni lieti a venire.
Arrivò il mese di febbraio e Nino le chiese di approntargli il „sacco“ di Sant'Agata perché sopraggiungeva la festa e lui, da buon catanese, voleva stare tra i „cittadini“ catanesi appresso alla Santa Patrona. A Iolanda non restò che confessare l'equivoco nel quale era caduta e provvedere, con cura e solerzia (era pur sempre la figlia di un sarto), a confezionare un altro „sacco“ per consentire al marito di rispettare la tradizione e confermarsi nella devozione.
Il bambino, poi, nacque ma il suo sviluppo non ebbe esiti sereni e, in quegli anni difficili, Iolanda pensò di affidarlo a Sant'Agata e a quella comunità cittadina che con intenso affetto, cristianamente La invocava da millenni.
Nacquero altri bambini. Uno di loro indossa anche lui il „sacco“, fondamentalmente per portare il fratello all'appuntamento di ogni anno e sentirsi, con lui, parte di un popolo in festa che riconosce la necessità di un rendimento di grazie.
Papà Nino, m'insegnò a portare „il sacco“ che per lui non rivestiva caratteri penitenziali o vagamente ricollegabili a storie e storielle che sorridendo tramandava a noi figli. Il „sacco“, per lui, era gentilezza, cortesia, candore, privilegio e omaggio che pretendeva di essere indossato con eleganza, ortodossia e rispetto e, quindi, sopra l'abito buono, in giacca e cravatta e sciarpa, quella sì, perché a febbraio può far freddo. Era, anche, colore, forma, identità che vestiva un rapporto intessuto di storia, tradizione, profumo e preghiera. Complemento essenziale non era la „scurzitta“, né il cordone con i „giummi“, né gli immacolati guanti bianchi che mi piacevano da impazzire, ma l'immacolato fazzoletto di batista, stirato e piegato alla perfezione, che mi fu consegnato ricordandomi che poteva essere utile ad allontanare la pioggia della „moschetteria“ ma, soprattutto, doveva servirmi per rendere un saluto di riconoscimento, di festa.
L'ultimo „sacco“ confezionato da mamma Iolanda ha vestito la salma di mio padre come Lei, prima di morire, mi aveva raccomandato di fare. Ed ho appeso al posto giusto il fazzoletto così sarà pronto al devoto saluto.
Questa presentazione, introduttiva per le immagini esposte in questa sala, potrebbe apparire, a una sua prima lettura, una proposta interpretativa troppo personale e soggettiva.
Se, però, guardate attentamente le immagini qui raccolte e procedete di là del documento, e magari cominciate a disporvi ad ascoltare quanto raccontano, beh, grazie a questo spiraglio potrete scandire ogni rappresentazione con dati -, tutti personali — che intendono richiamarsi espressamente alla storia della nostra comunità catanese e cristiana, alle vicende della nostra municipalità, alle tradizioni del nostro popolo.
I nostri autori hanno capito, infatti, che la festa appartiene a chi l'aspetta, la vuole e la realizza come espressione di speranza, come manifestazione di fiducia, come possibilità di preghiere ed intercettano tra i protagonisti della festa i segni, i simboli e le voci che non propongono solo un ricordo ma pretendono, appunto, di fare memoria, ovvero di fare presente (e riviverlo) quanto significativamente è accaduto alla loro Santa e quanto accade oggi intorno a loro. Tra le linee e i colori di ogni immagine bisogna, allora, cercare proprio l'etimo della parola „imago“ ovvero qualcosa che interrompe la linea banale e si rivela proprio con un segnale che vuole essere riconosciuto.
Se chiederete a un „cittadino“ qual è la prima emozione che si prova il giorno della festa, potrete allora sentire questa risposta: «Uscire di casa col “sacco»», all'alba, al freddo e incontrare un altro «cittadino», già in cammino, e salutarlo con un sorriso, riconoscendogli il segno della festa e della Festa.

…. in queste immagini ritroverete la fisionomia cromatica della nostra città: il bianconero della pietra delle sue strade ben si confronta con il bianconero della sequenza fotografica, laddove spicca il candore del cosiddetto “sacco”, ovvero quell’indumento che contraddistingue il devoto partecipe della festa e del rito agatino. Ma cos’è il “sacco”? E’ una divisa, un paramento, un semplice segno di distinzione, un umile segnale di appartenenza, un simbolo di comunione, un attestato di devozione e di tradizione. Giunto il giorno della Festa, il devoto fa memoria indossando il “sacco” (“tu mittisti u’ saccu?”). L’indossarlo è preghiera, invocazione, è rivestirsi di umiltà e, paradossalmente, di fierezza, di sentirsi in processione con la nobile concittadina, e con Lei pro- cedere. Trattasi di un bianco saio che ricopre ulteriormente il corpo del cittadino conferendogli, nell’insieme dei confratelli festanti, una presenza tanto modesta quanto spettacolare. Completano il “sacco”, rigidamente bianco perché simbolo di purezza, il cordone che si stringe in vita, simbolo di penitenza e la “scurzetta” (quasi un berrettino da notte) di velluto nero, simbolo di umiltà. Il segno della gioia è affidato ad un fazzoletto di batista, sapientemente ripiegato che il devoto agiterà in omaggio al volto radioso della Sua santa.
Tanti simboli, ovviamente, trovano radici e possibili spiegazioni nel dolce mistero del mito e nella leggendaria tradizione dei nostri antenati: erano nudi i primi devoti e poi si coprirono? era questo un retaggio dei riti in onore della pagana divinità di Iside, protettrice delle donne e della maternità? C’è l’eco di un risveglio notturno per il ritorno delle sante reliquie e, quindi, un richiamo all’abito notturno? Molto più probabilmente, e la parola “sacco” ce lo confermerebbe riportandoci al greco “sak”, l’abito vuole esprimere un saio penitenziale anche se i colori e la foggia ne fanno un simbolo di festa.
Ma perché i devoti indossano il sacco? Per infiniti motivi: perché sono catanesi e fratelli di Agata, per ringraziamento; e alla domanda risponderanno “ per qualcosa che sentono dentro”.
Come queste fotografie che sono uscite da dentro una “cameretta oscura” ed ora illuminano le pareti della mostra.
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