Teatro Coppola // "L'Anima Buona del Sezuan" - D. Gonciaruk @ Teatro Coppola - Teatro dei cittadini, Catania [26 maggio]

Teatro Coppola // "L'Anima Buona del Sezuan" - D. Gonciaruk


145
26
maggio
21:00 - 23:59

 Pagina di evento
Teatro Coppola - Teatro dei cittadini
Via del Vecchio Bastione 9, 95121 Catania, Italy
L'ANIMA BUONA DEL SEZUAN
di Bertolt Brecht
mise en espace di Daniele Gonciaruk
con Manuela Grasso, Marco Russo, Alberto Chiarenza, Vivina Guerra, Rita Seminara, Edoardo Monteforte, Enrico Caruso, Francesca Di Stefano, Francesca Arnone, Laura Longhitano
Luci: Luca Giannone
Scenografia: Arsinoe Delacroix
Coordinatrice del progetto: Laura Fava…
Montaggio audio: Nicola Bombaci
Riduzione, adattamento e regia: Daniele Gonciaruk
26 e 27 Maggio, ore 21:00
INGRESSO CON SOTTOSCRIZIONE VOLONTARIA
***
SINOSSI:
Nella provincia cinese del Sezuan giungono tre dei, in pellegrinaggio attraverso il paese alla ricerca di qualche anima buona; dopo aver viaggiato a lungo senza trovarne una, incontrano Shen Te, una prostituta, che accorda loro un ricovero per la notte, grazie anche all’intercessione di Wang, l’acquaiolo, amico della ragazza.
Per ricompensarla dell’ospitalità, gli dei, regalano a Shen Te mille dollari d’argento con i quali essa comprerà una tabaccheria e la possibilità di cambiare la sua vita. Tuttavia gli dei la salutano con una promessa da mantenere, quella di continuare a praticare la sua bontà. Ma non appena aperto il suo negozio, la povera Shen Te, si trova subito addosso, uno sciame di parassiti e di postulanti, di falsi e veri bisognosi. A complicare la situazione interviene l'amore: Shen Te, non più costretta alla sua antica condizione, può finalmente innamorarsi di un'uomo: il male è che si tratta di un giovane aviatore disoccupato, Yang Sun, che trova in Shen Te la possibilità, sfruttando l’esigua disponibilità economica della ragazza, di comprarsi una raccomandazione e conquistare così un posto di aviatore postale.
A questo punto, per non essere schiacciata dalla sua stessa bontà, Shen Te decide di indossare una maschera, quella di un lontano e crudelissimo cugino, Shui Ta, il quale con polso fermo e quasi senza pietà riesce a mettere ordine nella vita di Shen Te ma anche a ridare dignità attraverso il suo severo operato, a quel popolo di affamati e disperati che le bussano costantemente alla porta. Anche gli dei alla fine si renderanno conto che il bene assoluto non esiste su questa terra e che ognuno di noi, dentro di se, ha bisogno di far convivere una Shen Te e il suo crudele cugino, l’alter ego, Shui Ta, per poter comprendere e distinguere meglio, forse, il confine tra il bene e il male.
NOTE DI REGIA
Ormai è passato molto tempo da quel lontano 1995, anno in cui Giorgio Strehler riallestiva per la terza volta al Teatro Studio di Milano, L’Anima buona del Sezuan, di Bertolt Brecht. Allora, poco più che ventenne, da poco diplomato alla Silvio D’Amico, ebbi la fortuna, il privilegio, di assistere alle prove di questo capolavoro direttamente con il Maestro che andava e veniva dalla clinica dove era in cura in quelle settimane.
Era incredibile come, seppur malato e sempre un po febbrile, riusciva a seguire la propria compagnia, a guidare intonazione dopo intonazione i propri attori. Una passione travolgente che difficilmente oggi si ritrova nella pratica del fare Teatro; era quasi come se una forza soprannaturale riuscisse a tenerlo in piedi fino all’ultimo minuto di prova, le quali, non erano mai troppo brevi.
Fu così, su una di quelle balconate del Teatro Studio di Milano che conobbi il Maestro e quell’opera stupefacente, attualissima, contemporanea, scritta nel lontano 1939, alle porte della seconda guerra mondiale, ovvero di quella che sarebbe diventata poi, la più grande tragedia della storia dell’umanità.
Ed è sullo sfondo di questo scenario apocalittico che quest’opera, che tratta del bene e del male, prende la sua rincorsa per parlare agli uomini. A tutta l’umanità.
Ma non è soltanto l’orrore della guerra, non è solo la mostruosità dei personaggi che oggi riempiono i libri di storia a cui si ispira Brecht. Al contrario è un Brecht estremamente umano, quasi quotidiano, quello del Sezuan e non soltanto una parabola sulla bontà:
“Viviamo in un mondo che mostra sempre di più la sua essenza crudele, un mondo, dove la faccia della durezza è diventata un valore per dare dignità ai nostri egoismi. Soli non si riesce a fare nulla, il destino è nelle mani degli uomini, non fuori dagli uomini, e non solo degli uomini buoni. L’uomo solo, l’uomo contemporaneo, diviso tra il bene e il male, “bombardato” da immagini di ogni tipo, sarà sempre destinato a vedere l’orrore della vita come se esistesse solo fuori di lui, solo nello schermo di una tv.
Hitler o i criminali di guerra andavano in giro in mercedes dopo aver massacrato i civili in nome di una folle pulizia etnica, erano mostri? No, erano, sono, uomini mostruosi. I mostri li costruiamo noi.
In un mondo che va verso il gelo e la non-comunicazione o la comunicazione distorta, dove i sentimenti sono spariti per fare posto alle emozioni cosiddette forti ed effimere, virtuali, urlate e trasmesse a ritmo di spot, ci sono bambini che muoiono di fame, uomini e donne in sofferenza, in Siria come in Palestina, e anche qui, nella nostra comoda Italia, nella nostra bella sicilia.
La miseria è ovunque. Può annidarsi ovunque. In un paese, in un quartiere, in una casa o più semplicemente dentro la propria anima.
In tutto questo emerge, in una sintesi, quasi sempre risolta poeticamente e drammaturgicamente, tutto o quasi tutto quello che, nel teatro, è avvenuto dopo quel 1939 che segna la fine del travagliato cammino di Bertolt Brecht compiuto con “L’anima buona del Sezuan”. C’è la grande lezione del “teatro epico” proposta non come “fatto didattico”, ma come risoluzione poetica, come modo nuovo di “fare teatro”. C’è cioè l’applicazione semplice e naturale di una nuova tecnica drammaturgica di cui il teatro non potrebbe oggi fare a meno. C’è la “lezione didattica” ma non didascalica, della vita presa come paradigma. E c’è anche, all’interno, “il teatro dell’assurdo”, il “teatro gestuale”, in cui però “gesto” non appare soltanto “liberatorio” di uno stato d’animo soggettivo, ma diviene gesto socializzato, che discrimina, che connota non solo un carattere personale, ma un carattere sociale, storico.
E ancora c’è dentro il teatro “mimico”, il gioco-dramma della pantomima che inventa lo spazio, cose e persone.
A Brecht non interessava affatto una definizione letteraria di realismo, ma una che servisse a decifrare i meccanismi contraddittori della realtà. Nella sua visione sociale del teatro gli piaceva mostrare la mutevolezza delle cose, privandole della loro aura mistica e oggettiva: diceva di voler rappresentare anzitutto le condizioni sociali. Insomma Brecht voleva un rapporto diretto, assolutamente inedito, col pubblico, che superasse il vecchio e falso modo di fare drammaturgia; non gli interessava un artista strano, ispirato divinamente, anzi preferiva consultare storici, sociologi e persino scienziati per scrivere i suoi testi: lo si vede molto bene nella “Vita di Galileo” o ne “Il volo di Lindberg”.
Il suo «epos» andava messo in alternativa al «dramma», come mai prima s'era fatto. La scena non doveva «incarnare» un avvenimento ma «narrarlo»; non doveva limitarsi a coinvolgere lo spettatore in quanto tale, lasciandolo ammirare qualcosa, ma doveva stimolarlo a un'azione, a una presa di coscienza critica nei confronti della realtà.
Non bastava «consentirgli dei sentimenti», bisogna anche «strapparlo a una decisione».
In tal senso le scene, in molte delle sue opere, hanno valore in sé, senza necessariamente che il loro significato sia legato alle precedenti o alle successive. Brecht diceva che non esiste una linea retta che collega gli avvenimenti, ma solo linee curve e salti tra un segmento e l'altro. Il mondo non è com'è, ma come diventa, proprio perché non è il pensare che determina l'essere ma il contrario.
Ed è molto difficile non vedere in tutto questo l'influenza del marxismo.
Ed è questa, l’immensa materia che abbiamo attraversato all’interno di questa straordinaria esperienza fatta dentro il Teatro Coppola, il Teatro dei Cittadini di Catania, iniziata lo scorso dicembre e che il 26 e il 27 maggio 2018, si concluderà con una “mise en espace” di questo inarrivabile capolavoro. Dieci allievi attori si sono ritrovati a “scontrarsi e a confrontarsi” con una drammaturgia feroce che non lascia mai riposare ne attori ne spettatori. Un’ esperienza in continua evoluzione, che vedrà nei giorni della sua ufficiale “rappresentazione” solo un passaggio, un momento importante ma non definitivo, della sua ultima maturazione.
(Daniele Gonciaruk)
***
teatrocoppola.it/
Ufficio stampa:
[email protected]
3470112200
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